mercoledì 13 luglio 2011
presente indicativo
Non ci arriverò mai, prof.
Come dici?
Non ci arriverò mai!
Dove vuoi andare?
Da nessuna parte! Non voglio andare da nessuna parte!
Allora perché hai paura di non arrivarci?
Non voglio dire questo!
Che cosa vuoi dire?
Che non ci arriverò mai, punto e basta!
Scrivilo alla lavagna: Non ci arriverò mari.
< Non ciariverò mai. >
Hai sbagliato verbo. Non è il verbo ciarivare. E "arriverò" ha due erre. Correggi.
< Non ci arriverò mai. >
Bene. Cos'è questo ci secondo te?
Non lo so.
Be', bisogna assolutamente scoprire che cosa vuol dire, perché è lui che ti fa paura, quel ci.
Io non ho paura.
Non hai paura?
No.
Non hai paura di non arrivarci?
No, me ne strasbatto.
Prego?
Me ne infischio, insomma, non me ne frega niente.
Non te ne frega niente di non arrivarci?
Non me ne frega niente, punto e basta.
E questo lo puoi scrivere alla lavagna?
Cosa, non me ne frega niente?
Sì.
< Non mene frega niente. >
Me staccato da ne.
< Non me ne frega niente. >
Va bene. E questo ne, per l'appunto, che cos'è questo ne?
Non lo so io... E' tutto quanto!
Tutto quanto cosa?
Tutto quello che mi rompe i coglioni!
Un sacco di persone, in questa città, pensa che non ci arriverà mai, e crede di strasbattersene... Ma non se ne strasbattono affatto: si comprimono, si reprimono, si deprimono, urlano, sbraitano, giocano a mettere paura... ma se c'è una cosa di cui non si strasbattono è proprio quel ci e quel ne che gli rovinano la vita, e quel tutto che li stressa.
ci: l'esercizio di grammatica... di matematica... la lingua inglese... la tecnologia...
ne: la constatazione quotidiana del suo fallimento.... l'opinione che gli adulti hanno di lui... il senso di umiliazione che lui preferisce trasformare in odio per i professori e in disprezzo per i compagni bravi...
ci: l'avvenire inaccessibile.
Solo che, a non prevedere per sé alcun futuro, non ci si colloca neppure nel presente. Sei seduto sulla tua sedia ma altrove, prigioniero del limbo... un tempo che non passa... un senso di tortura che faresti pagare a chiunque, a caro prezzo.
Sin dalle prime ore di lezione, quell'anno, i miei allievi e io avevamo affrontato quel ci, quel ne, quel tutto. Attraverso di loro abbiamo dato il via all'assalto del bastione grammaticale.
Se dovessi definire queste lezioni, direi che i miei presunti somari e io lottavamo contro il pensiero magico, quello che, come nelle fiabe, ci tiene prigionieri... Farla finita con lo zero in ortografia, per esempio, significa sottrarsi al pensiero magico. Si rompe un incantesimo. Si esce dal cerchio. Ci si risveglia. Si mette un piede nella realtà. Ci si occupa del presente indicativo. Si incomincia a capire. Nessuno è condannato ad essere per sempre una nullità, come se avesse mangiato una mela avvelenata!
[i testi sono tratti da: Diario di scuola di Daniel Pennac, ed. Feltrinelli]
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Regalerei una copia di questo libro...
RispondiElimina- a quella maestra che in terza elementare chiuse fuori dalla portafinestra (che dava sul giardino, sfortuna volle che quel giorno pioveva) una mia compagna di classe perchè parlava troppo piano e la fece tornare in classe solo dieci minuti dopo quando la bambina riuscì ad emettere un urlo che la maestra considerò accettabile.
- ad un'altra maestra che in prima elementare cercò di convincerci che era nostra madre.
- ad un'altra ancora (sempre alle elementari) che trovava complicati alcuni dei nostri nomi e decise di darci dei soprannomi un po' più educativi (bue il bambino sovrappeso).
Fortuna che poi si incontrano (raramente, forse troppo) anche quegli insegnanti che insegnano perchè amano insegnare.
Pennac sembra uno di questi.
Nella mia carriera scolastica ne ho incontrati tre e questo inno all'insegnamento mi ha ravvivato il ricordo della loro dedizione.
Da anni, molti anni, il mio sogno è quello di diventare professore di matematica.
RispondiEliminaAmo la matematica; amo poter far entrare ragazzi che l'hanno sempre vista come il demonio, in un mondo di assiomi e dimostrazioni che, magari, tanto male non è; amo vedere gli occhi sbarrati con un sorriso soddisfatto quando riesco a fargli dire <>.
Professore per questo? Anche, ma professore perchè vorrei che il ruolo della scuola e dell'insegnante fosse un altro, quello di poter far entrare nella vita ragazzi che ne vorrebbero così tanto una propria, ragazzi che non te lo diranno mai perchè così grande è l'orgoglio e così tanta è la paura.
FINALMENTE UN LIBRO CHE RENDE GIUSTIZIA A NOI SOMARI!!!
RispondiElimina"per molto tempo mi sono portato dietro i segni di quella vergogna"
per i somari come me, quelli che non si sono diplomati perché "non avevano le basi", per i genitori dei somari "che non capiscono" e specialmente per i professori che possono cambiare le cose insegnando ad amare la gioia del conoscere.
solo per chi ha sofferto davvero la scuola...e per chi ha fatto soffrire.
RispondiEliminasarebbe da regalare ad almeno una decina dei miei prof delle medie e del liceo...ad alcuni per ringraziarli degli stimoli dati, perchè mi hanno portato ad amare alcune materie, ad altri per far loro capire quanto i loro giudizi, spesso affrettati, possano portare all'annullamento totale della fiducia in noi stessi.