sopravvivere

Gli uomini che non comprendono la vita non amano parlare della morte.

Lev Tolstoj









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La morte non è nel non potere più comunicare,
ma nel non potere più essere compresi.

Pier Paolo Pasolini




io non so farvi un canto della guarigione
e non mi spiego perché mi trovo qui

Mariangela Gualtieri



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siamo leggeri, questo è uno fra i segreti.
questo è uno dei capi d'accusa.
siamo colpevoli di aver osato senza accorgercene,
di aver vissuto più della vita stessa.oltre la morte.
di aver pregato e ascoltato le parole salire,bussare ed entrare.
di aver eluso i controlli, le studiate regole del lutto, di aver sfidato la legge di gravità.
il mare calmo ora, il mare dentro, è parte di noi.
abbiamo attraversato l'oceano camminando sul fondale,
non è più possibile tornare indietro, abbiamo guardato negli occhi l'abisso,
a casa non ci hanno più visto tornare.
c'è chi si è accontentato dei nostri corpi.
ma l'anima, per favore, rimane nostra.
Will_Be




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IL RUMORE DEL LUTTO:

Un percorso di riflessione sul tema della perdita attraverso l'unione delle arti per una educazione alla vita e alla morte.

Il Rumore del Lutto è un progetto culturale che nasce a Parma nel 2007, da un’idea di Maria Angela Gelati e Marco Pipitone.
Nell’ambito del concetto di tanatologia, studio che analizza la morte ed il morire sotto più punti di vista, il progetto individua uno spazio destinato al dialogo dove è possibile una riflessione privilegiata sulla vita e sulla morte, attraverso il colloquio interdisciplinare ...e trasversale fra differenti ambiti.




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 SOPRA(v)VIVERE



... non sarai capito, né oggi né ieri né mai. Tu pensi che ... il mondo si inginocchierà e chiederà perdono. In realtà il mondo non ti vuole neppure, sei un sopravvissuto e non sanno cosa fare di te e nemmeno tu sai cosa fare della tua vita che hai salvata. ... Non sei quello di prima e sei solo.

Edith S. Bruck, da Judenrampe, a cura di Anna Segre e Gloria Pavoncello, Elliot editore



LA RABBIA

Anche se scrivessi su tutti i muri, sapresti di non essere capita fino in fondo. Anche se fossi capita, la tua sorte non sarebbe affatto condivisa. E anche se la tua sorte fosse condivisa, solo tu senti quello che senti. Stai facendo tanto, ma questo tanto non è un cazzo e attorno sembrano capire e non capire al contempo. Hai cercato di dire l’assurdo che nemmeno tra le parole ha un suono, ma a che pro? Chi è questa gente che guarda?

_anna


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... e il mondo innocente è finito
"...non potevi sapere fino a che punto un suicidio distrugge tutto. Solo chi è sopravvissuto al suicidio di un caro può capirlo. E' un dolore feroce, rabbioso, continuo, non ti lascia inpirare l'aria, non ti lascia libero mai. Tutto cambia per sempre. Tutto fa male, anche il tempo che fa. Non c'è più un bel sole. Se c'è il sole è un sole crudo, se c'è nuvolo sono nuvole cupe. Le strade abituali sono strade che ti ricordano il dolore dei primi giorni, quelle nuove sono futili e prive di senso... e il mondo innocente è finito."

_Giacomo












SOPRAVVIVERE AL SUICIDIO DI UNA PERSONA CARA


Il blog POESIE DELL'ATTIMO è dedicato alla memoria di un giovane poeta che ha scelto di terminare la propria vita.
Contiene una sezione-forum di autoaiuto per persone sopravvissute al suicidio di un proprio caro:
Di seguito, alcuni brani da un'intervista a Daniele Polese, amministratore del forum:

Quali sono le peculiarità di un lutto per suicidio?
Il lutto conseguente al suicidio di una persona cara ha implicazioni psicologiche differenti rispetto a quelle prodotte da un lutto ordinario, perché il suicidio è percepito come un evento innaturale e profondamente distorto, che non dovrebbe mai accadere. L’idea infatti, che una persona a cui vogliamo bene possa decidere di farsi del male fino ad arrivare a togliersi la vita, va contro ogni nostra concezione di normalità.
Oltre al dolore proprio della perdita, il bagaglio emotivo del sopravvissuto è spesso caratterizzato dal vissuto traumatico del ritrovamento, e dalla persistenza di sentimenti e stati d’animo contingenti: il senso di colpa, motivato dall’ istintiva convinzione di aver detto o fatto qualcosa che abbia potuto contribuire a determinare il gesto. La frustrazione e la rabbia per non essere riusciti a capire in tempo che qualcosa non andava e ad impedire che accadesse. La spasmodica ricerca di un perché. Il senso di tradimento dovuto al fatto che una persona a noi cara ci ha tenuto allo scuro della propria sofferenza e ha “preferito” togliersi la vita piuttosto che chiedere il nostro aiuto.
L’atto del suicidio irrompe nella tranquillità della famiglia con un carico di violenza che diviene un marchio di infamia, un “disonore” che suscita pubblico disagio e disapprovazione.

E’ quindi difficile trovare ascolto e comprensione per un sopravvissuto?
Sì, è molto difficile al di fuori di canali espressamente dedicati al colloquio terapeutico, poiché la gente comune non è preparata ad affrontare adeguatamente situazioni di questo tipo, e basa il proprio giudizio sulla disinformazione e sui luoghi comuni che normalmente accompagnano il suicidio.
Nell’immaginario comune, il suicida con il suo atto dichiara al mondo la propria infelicità, la propria tristezza, il proprio malessere, e i familiari sono ritenuti moralmente responsabili di questo. Deve essersi trattato per forza di una mancanza di amore o di attenzione, non si spiega altrimenti il fatto che nessuno si accorga di nulla se non quando è troppo tardi. Si pensa che succeda in famiglie “disfunzionali”, problematiche, si pone lo stigma, e si tende a prendere distanza.
La consapevolezza di questo giudizio genera un senso di atavica vergogna nelle famiglie dei sopravvissuti, che tendono quindi all’isolamento sociale e al silenzio.
Fortunatamente non è una regola, ma anche laddove non dovessero sussistere giudizi o stigmi, si tende a evitare l’argomento nel timore di riaprire nel sopravvissuto, ferite estremamente dolorose. D’altra parte, è pur vero che molte persone neppure riescono a pronunciare la parola “suicidio” e anche a distanza di anni non ammetteranno mai che il proprio congiunto si è tolto la vita, preferendo dire che “è caduto” o che “è rimasto vittima di una tragica fatalità”, il che non fa altro che accrescere il senso di omertà che si viene a creare.

Invece i sopravvissuti hanno bisogno di parlarne…
E’ di fondamentale importanza PARLARE di ciò che è accaduto: E’ assolutamente sbagliato tenersi tutto dentro ostentando normalità e indifferenza. I sentimenti legati alla perdita DEVONO essere espressi ed affrontati, altrimenti ci danneggiano. Che lo si faccia partecipando al nostro forum, o ad un gruppo vero e proprio, o alla presenza di un terapeuta, o persino con un buon amico che sappia ascoltare senza giudicare, è indifferente, ciò che conta è RICONOSCERE l’accaduto e aprirsi: abbiamo subìto un trauma psicologico importante, NON dobbiamo sottovalutarlo, e NON dobbiamo nasconderlo.
E’ bene inoltre, impedire alla nostra mente di focalizzarsi su pensieri di tipo “circolare”, come la tendenza a rievocare immagini disturbanti, o a interrogarsi in maniera costante ed ossessiva su dettagli insignificanti dell’evento: voleva davvero morire? Avrà sofferto? Si sarà pentito? Potevo salvarlo?
Queste domande non hanno uno scopo reale, sebbene rispondano all’esigenza mentale di dare un senso alla tragedia, e non portano concretamente a nulla se non ad esasperare il dolore e i sensi di colpa. Ciò che è accaduto non può essere cambiato, anche se ci riuscisse di trovare le risposte.

Come si elabora un lutto?
L’elaborazione di un lutto è un percorso strettamente personale, che ciascuno scopre da sé, spesso procedendo per tentativi; non c’è una strategia di sicura riuscita che possa essere applicabile indistintamente a chiunque, una sorta di “ricetta per riuscire”, tuttavia quale che sia la via scelta, è certo che passerà sempre attraverso il cambiamento: se vogliamo superare la perdita, dobbiamo imparare a diventare persone diverse, capaci di guardare la vita con occhi diversi.
E’ importante comprendere quindi, che si tratta di un processo attivo, che richiede cioè un impegno reale e concreto della persona. Limitarsi ad aspettare che il tempo faccia il suo lavoro non è sufficiente.

Dunque, un lutto può rendere persone migliori?
Di fronte a un lutto abbiamo due alternative: possiamo sprofondare nella disperazione e annullare anche la nostra vita, oppure possiamo impegnarci per diventare persone migliori, più equilibrate e più sagge. Se scegliamo questa seconda strada, allora la morte dei nostri cari avrà avuto un senso.

L'intervista completa:   Due parole con Daniele Polese   [link esterno]


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LETTURE


, AdelpJames Hillman, IL SUICIDIO E L'ANIMA, Adelphi
Se il suicidio è certamente il più violato fra i tabù – oggi più che mai, come testimoniano le cronache –, rimane nondimeno, nella percezione comune, lo scandalo supremo, il gesto inaccettabile. La giurisprudenza lo ha giudicato per molto tempo un reato; la religione lo considera peccato, aborrendolo più di ogni altra forma di uccisione e condannandolo come atto di ribellione e apostasia; la società lo rifiuta, tendendo a sottacerlo o a giustificarlo con la follia, quasi che il suicidio fosse l’aberrazione antisociale per eccellenza. E non si può dire che siano mancate riflessioni e analisi – da John Donne a Hume, da Voltaire a Schopenhauer, da Durkheim alla messe di studi psicologici e psichiatrici –, ma il problema, nella sua essenza, è rimasto intatto. Nel 1964 James Hillman capovolge ogni prospettiva con questo libro. Un libro che, dichiara, «mette in discussione la prevenzione del suicidio; va a indagare l’esperienza della morte; accosta il problema del suicidio non dal punto di vista della vita, della società e della “salute mentale”, bensì in relazione alla morte e all’anima. Considera il suicidio non soltanto come una via di uscita dalla vita, ma anche come una via di ingresso nella morte … Questo punto di vista totalmente altro scaturisce dall’indagine del suicidio per come è esperito attraverso la visione che l’anima ha della morte». Perché nell’esperienza della morte, afferma Hillman, l’anima trova una rigenerazione, e dunque l’impulso suicida non va necessariamente concepito come una mossa contro la vita: potrebbe esprimere il bisogno imperioso di incontrare la realtà assoluta, la richiesta impellente di un’esistenza più piena.



Antonio Loperfido, Rosèlia Irti, LA METAMORFOSI DELLA SOFFERENZA, EDB editore

Questo libro dà la voce a chi resta. Riporta i racconti dei sopravvissuti, affinché la loro esperienza si trasformi in testimonianza di vita, di speranza e di aiuto, non solo per chi si trova in una situazione come la loro, ma anche per chi pensa al suicidio come a una conclusione dell'esistenza.








 
Stefania Casavecchia, Antonio Loperfido, IL CORAGGIO DEL DOLORE, Armando Editore

Il cammino percorso da una madre, in tre anni di lettere al proprio figlio e al proprio amico psicologo, per cercare di dare risposte e serenità alle mille domande e al dolore immenso che il suicidio lascia come eredità.