venerdì 17 febbraio 2012

L'ENNESIMA VOLTA

Che brutto déjà vu: questa notizia l'ho letta ormai già troppe volte.

Ieri. Firenze.
Ragazzo di 20 anni.
L'ultimo urlo consegnato a Facebook:
''Addio mondo di merda. Fate come me, levatevi dal cazzo. La vita fa schifo, studiare e' inutile, tanto non si trova lavoro''.
E poi prende una sciarpa e appende la sua vita all'anta dell'armadio.

Fine.



Non c'è più tempo. All'improvviso è troppo tardi. Fine dei sogni e dei progetti. Fine dei giochi, fine delle scelte.
Rimane solo, defilata, una notizia. La solita ed ennesima. Che quasi mai si legge sui giornali. Ma se ne trovano a decine invece mettendo sul motore di ricerca un paio di parole...
suicidio - studente - scuola - facebook - 20enne (ma pure 18enne... 16enne... 13enne... 11enne!)
Tutte tragicamente uguali. Le variazioni riguardano i dettagli, i luoghi, le modalità. Qui un ponte, là i binari della ferrovia, una finestra ai piani alti, la corda tesa nel chiuso di una stanza. In un rituale tuttavia che sembra replicarsi all'infinito. In un silenzio annichilito, sordo ed impotente. In un silenzio spesso indifferente.

Ma quanti sono?
Chi se ne occupa? Il conto chi lo tiene?

Si contano i suicidi in carcere. Si contano, con precisione e giustamente: 8 dall'inizio del 2012 ad oggi, 74 nel 2011 (66 di detenuti, 8 di agenti) 912 dal 1997 ad oggi...  il dato dà la dimensione della gravità.

Chi conta invece quanti adolescenti, giovani, studenti?
Quanti suicidi nella scuola? Quanti in seguito a fallimenti, bocciature, abbandoni?
Quanti per mobbing o maltrattamenti?
Quanti fra minoranze? per discriminazioni etniche? o sessuali?
Chi fa ricerca? Chi incrocia i dati? Chi mette in relazione? Chi prova a individuare gli strumenti e gli interventi?


La Conferenza Ministeriale europea dell'O.M.S. sulla Salute mentale. Helsinki, Finlandia, 12-15 gennaio 2005, ha elaborato un Piano d’azione sulla salute mentale per l’Europa. Con l'obiettivo di affrontare le sfide e creare le soluzioni.
Il piano è stato successivamente integrato dal Patto europeo per la salute e il benessere mentale, siglato a Bruxelles il 13 giugno 2008.

Si legge tra le azioni: 
"È necessario far comprendere alla popolazione e ai professionisti, attraverso azioni di informazione generale e formazione specialistica, che la sofferenza che porta al suicidio può essere intercettata
...
Infine particolare attenzione formativa andrebbe indirizzata agli insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori e ai medici di base al fine di poter intercettare i primi segnali di richieste di aiuto che spesso passano inosservati."
Qual'è lo stato di applicazione di quel piano?




15 commenti:

  1. Katya Cilento
    ‎...e dopo la riflessione... passiamo all'azione efficace..........si continua ad arrivare sempre troppo tardi !!!!!!!!
    domenica alle 12.43

    - - -

    Katya Cilento ‎
    ...questa Comunicazione non funziona...il vero dialogo e l'autentico ascolto
    sfugge...oggi più che mai...ohinoi!!!!!
    domenica alle 12.48

    RispondiElimina
  2. Soproxi Progetto Mari, molti cercano numeri, parlarno di dati, è più difficile provare a fare, anche quando sembra che tutto quello che si fa sia poco

    RispondiElimina
  3. Paola Toldo · Amici di Soproxi Progetto
    Stamattina ho conosciuto da vicino il servizio di consulenza psicologica dell’Università di Verona. Quando mi iscrissi all’università tale supporto per i giovani non esisteva. Il servizio è valido e molto utilizzato dagli studenti. Se mi guardo intorno, non mancano centri di ascolto e associazioni per i vari tipi di problemi, e mi sembra siano anche sufficientemente reclamizzati. Ma … allora, mi chiedo, perché c’è ancora tanto dolore vissuto in una solitudine che finisce per sovrastare le forze e spingere a cercare la morte? Dove sta l’anello mancante per far incontrare le persone sofferenti a questi centri di aiuto? La presenza di servizi sul territorio è assolutamente necessaria, ma non sufficiente se non si educa il bambino, giovane, adulto a riconoscere dentro di sé QUANDO è il momento di chiedere aiuto. Il dolore psichico, fatte le debite eccezioni, di solito avanza per gradi, si fa strada lentamente: in questo periodo di escalation ognuno di noi può fare MOLTO. Mi scuso se sono prolissa, vorrei solo essere pragmatica e dire a tutti che quando cominciano a farsi strada pensieri cupi, di morte, è OBBLIGATORIO chiedere aiuto. Credo sia un dovere farlo, e, ancor più, INSEGNARE A FARLO. Gli aiuti ci sono ma bisogna mettere i giovani in condizione di crederci.

    RispondiElimina
  4. Soproxi Progetto
    Paola, hai centrato la questione. L'incapacità a chiedere aiuto, a volte la vergogna nel chiedere aiuto, è un limite fondamentale, un ostacolo formidabile alla lotta per la prevenzione del suicidio.

    - - -

    Soproxi Progetto
    Insegnare a chiedere aiuto è davvero un passaggio fondamentale, specialmente per i ragazzi che ancor più delle ragazze incontrano questa difficoltà (che contribuisce a spiegare i tassi di suicidio più elevati nei maschi).

    RispondiElimina
  5. Paola Toldo · Amici di Soproxi Progetto
    Sì, ne sono convintissima. C’è sempre un rapporto individuale tra pesi della vita e capacità/possibilità di manifestarli e sopportarli, e conoscersi (o aiutare a conoscersi) vuol dire anche imparare a capire qual è il nostro personale limite. Per agire di conseguenza. Ad accomunare è, in ogni caso, ad un certo punto, l’affiorare di pensieri cupi, che sono i SINTOMI che ci devono indurre a chiedere aiuto, proprio come se avessimo scoperto un nodulo al seno o soffrissimo di una tosse resistente agli antibiotici. Cosa faremmo in questi casi? Semplice, consulteremmo un medico! La stessa cosa vale per quelli che io chiamo “pensieri cupi”: quando compaiono e persistono, facciamolo presente a chi ci può aiutare a capirne il significato ed eventualmente a curarci nel modo giusto. Il più delle volte il nodulo è benigno, ma è sempre bene farsi controllare. Per ritrovare la serenità, prima che sia troppo tardi.

    RispondiElimina
  6. Condivido in pieno quanto scritto fin qui: spesso i ragazzi non chiedono aiuto perché non sono consapevoli di averne bisogno. I genitori, forse, non colgono i segnali (io non ne ho colti in mio figlio, anche ripensandoci dopo un anno da quando ci ha lasciati). I docenti potrebbero intercettare i segnali ma spesso non danno a questi l'importanza che meritano. E' necessaria un'opera di informazione/formazione, soprattutto tra gli operatori scolastici dei gradi superiori.

    RispondiElimina
  7. Soproxi Progetto
    Faremo tutti del nostro meglio, ma non dobbiamo dimenticare che difficilmente il rischio si può annullare!!

    RispondiElimina
  8. Una situazione rischiosa rimane tale. Ma una situazione a rischio riconosciuta forse è un pochino diversa...

    RispondiElimina
  9. Paola Toldo · Amici di Soproxi Progetto
    Sono d'accordo, si tratta di fare del nostro meglio. Ad Emanuela, che abbraccio, dico che nemmeno io ho colto i segnali. Non bisogna sentirsi in colpa: in certi casi non è proprio possibile prevenire. Forza, ti sono vicina.

    RispondiElimina
  10. Emanuela sono d'accordissimo con te: riconoscere e affrontare il rischio è un passo importantissimo. Non sempre sufficiente, ma è quello in cui possiamo cercare di impegnarci, e a volte fa la differenza.
    Io penso che ci siano due incapacità che vanno rieducate: da un lato quella dei ragazzi nel chiedere aiuto, dall'altro lato quella degli adulti (educatori compresi) di ascoltare. Tornando all'obiezione iniziale infatti, il post non voleva sollevare tanto la questione dei numeri in sé quanto quella della necessità di una ricerca nel campo.
    La necessità di FARSI DELLE DOMANDE!
    Se un alto numero di suicidi si registra in età scolare, talvolta persino all'interno degli stessi edifici scolastici, ci sarà pur bisogno di farsi delle domande. Non per colpevolizzare, né per fare statistiche, ma proprio per poter agire.
    Emanuela ed io facciamo parte dell'esercito dei sopravvissuti. A noi purtroppo non servono conteggi, ci basta il nostro numero, che è UNO. Però il problema andava sollevato. E a giudicare dal piccolo dibattito che ne è scaturito mi pare non sia stato sollevato invano.

    RispondiElimina
  11. Carissime, nel convegno mondiale sulla prevenzione al suicidio che si tiene a Roma ho ascoltato più volte esperti che hanno "creato" test da portare nelle scuole per vedere se ci sono potenziali suicidi e possibilità di spiegare a docenti e famiglie di riconoscere i segnali che i ragazzi mandano, neanche io ne ho colti in mio figlio. Mi chiedo perchè allora questi studi, non so come definirli, progetti... non vengono presentati in tutte le scuole.

    RispondiElimina
  12. Semplice: le scuole (i presidi) rifiutano! E addossano la colpa al fatto che i genitori potrebbero non autorizzare/non gradire la partecipazione dei propri figli. In fondo si tratterebbe di un depistage ma la paura di essere additati prevale...

    RispondiElimina
  13. Inoltre ci sono tanti ostacoli burocratici e formali. Sono convinta che il Ministero della Salute debba lavorare, in questo caso molto, con il Ministero della Pubblica Istruzione.

    RispondiElimina
  14. Desidero sottolineare che non esiste test o questionario in grado di individuare tutti i casi davvero a rischio, in quanto il rischio di suicidio è correlato a un insieme di caratteristiche che nessun strumento testistico può rappresentare. Non ci resta che puntare sulla comunicazione: genitori/adulti-figli, insegnanti-ragazzi e ragazzi tra loro.

    RispondiElimina
  15. Mi manca il terreno sotto i piedi: per ragionamento deduttivo il suicidio NON si può prevenire. Se gli strumenti a disposizione non sono efficaci per individuare tutti i casi davvero a rischio e l'alternativa rimane la comunicazione, abbiamo almeno gli strumenti per valutarla?

    Al fine i migliorarla (la comunicazione), s'intende.

    RispondiElimina